FRANCESCO MOROSINI

Francesco Morosini nasce a Venezia il 26 febbraio 1619, terzogenito di Pietro e Maria Morosini. Persa la madre ad appena un anno di età in tragiche circostanze (annegata nel Brenta), viene avviato al percorso scolastico nel collegio di San Carlo a Modena, per poi intraprendere in giovane età la carriera sul mare, che costituirà l’orizzonte di riferimento della sua intera esistenza, fino all’ultimo giorno.

Dopo i primi imbarchi, ascenderà rapidamente, sino all’apice, tutti i gradini della carriera nella flotta da guerra della Serenissima.

Capitano di galera nel 1640, governatore di galera grossa nel 1645, governatore delle galere dei condannati e, poi, capitano in Golfo nel 1647, comandante delle galeazze nel 1650, provveditore generale d’Armata nel 1652, prende parte attiva alla guerra di Candia, dove si distingue tanto nelle operazioni navali, quanto – ed ancor più – nella difesa della citta’ dall’assedio del turco.

Quella con l’impero ottomano è guerra totale e Venezia impegnerà tutta sé stessa per difendere sino all’ultimo i suoi possedimenti nell’isola di Creta, dominio Veneziano da oltre 400 anni ed irrinunciabile avamposto per gli interessi economici della Repubblica.

Con un dispendio immenso di uomini (30.000 veneziani cadranno sulle mura di Candia, ultimo baluardo dell’isola in mani veneziane) e, ancor più, di risorse finanziarie, la Repubblica, nonostante il grandioso sforzo logistico per il sostegno di un’isola collocata ad oltre 2000 KM dalla madrepatria, non si limiterà a difendere i poderosi bastioni della città, ma sfiderà ripetutamente la flotta turca in Egeo, ponendo ripetutamente il blocco ai Dardanelli per impedire i rifornimenti all’armata assediante e giungendo a tentare, con una audacia senza pari, il forzamento degli stretti per imporre la pace al sultano con la minaccia dei cannoni della flotta dinanzi al palazzo reale di Istambul.

Morosini prende parte agli scontri navali di Triò nel 1651, catturando una nave avversaria, ed ai Dardanelli nel 1654, privilegiando però, nella sua concezione tattica, non condivisa da altri comandanti veneziani, ai grandi scontri in mare aperto le operazioni di guerriglia e logoramento, con le operazioni anfibie delle quali diverrà maestro, alle quali si dedica con grave danno per le armate nemiche.

Di nuovo provveditore d’armata nel 1666, nel 1667 viene nominato capitano generale da Mar (comandante supremo della flotta), carica già ricoperta ad interim negli anni precedenti, e, investito della responsabilità della difesa dell’isola nella fase finale del conflitto, si risolve a chiedere la resa il 6 settembre 1669, ponendo così termine ad un atroce conflitto protrattosi per ben 25 anni: il più lungo assedio della storia.

Benchè le condizioni fossero più che onorevoli, ottenendo egli il possesso di tre basi nell’isola ed il salvataggio tanto della popolazione, quanto degli archivi e dei tesori artistici, al ritorno in patria viene sottoposto a processo per aver negoziato senza autorizzazione del Senato, uscendo però, e non senza polemiche, scagionato da ogni accusa.

Dopo aver ricoperto una serie di cariche negli anni a seguire, nel 1684, in occasione della dichiarazione di guerra alla Porta che farà seguito all’assedio di Vienna del 1683 ed alla proclamazione della Lega Santa, viene nuovamente eletto capitano generale da Mar. Fedele alla sua strategia, articola la campagna in una serie di operazioni di sbarco ed incursione nei territori nemici, che lo condurranno ad una rapida serie di vittorie, quali mai si vedevano dai tempi più gloriosi della Repubblica.

Concentrando l’attenzione sulle isole ionie e sul Peloponneso, conquista in rapida serie Santa Maura, Prevesa, Corone e Calamata, per poi volgersi alla Morea  (odierno Peloponneso), che nel corso del 1687 cadrà rapidamente nelle mani delle truppe veneziane, guidate a terra da Otto Wilhelm von Königsmark. Il 29 settembre il condottiero farà il suo ingresso trionfale ad Atene, dopo aver piegato l’ultima resistenza turca in Acropoli, purtroppo al prezzo non voluto di gravi danni inflitti al Partenone, irresponsabilmente adibito dai turchi a polveriera e raggiunto da una palla di mortaio. Tale è l’entità del successo, che pare risorgere l’inestinguibile sogno dell’impero marittimo e l’entusiasmo che accoglie le imprese del Morosini è travolgente. Dopo aver guadagnato l’appellativo di Peloponnesiaco e l’onore di un busto in bronzo, mai concesso in vita, né prima né dopo, ad altri protagonisti della storia veneziana, il 3 aprile 1688 viene eletto doge all’unanimità, nel pieno della campagna militare, dalla quale farà rientro a Venezia solo l’11 gennaio 1690, accolto da onori e festeggiamenti grandiosi.

Poiché tuttavia, in sua assenza, le operazioni militari ristagnavano, pur giunto all’apice della gloria e a 74 anni d’età, si risolve a scendere nuovamente ad entrare in campo accettando, per la quarta volta, la nomina a capitano generale da Mar, che – caso unico nella storia della Repubblica – assocerà alla suprema carica dello Stato, rinverdendo i fasti del doge in armi che risalivano ai tempi più gloriosi della Repubblica, quelli di Enrico Dandolo e della conquista di Costantinopoli nel 1204, che diede inizio alla fase più alta della gloria veneziana, di cui il Morosini è destinato ad impersonale il momento finale.

Nonostante alcuni, limitati successi, la sua pur forte tempra non regge ai disagi della campagna, che lo condurrà alla morte a Nauplia (Napoli di Romania) il 6 gennaio 1694.

Dopo un funerale ed onori senza pari, il Senato farà erigere, nella sala dello Scrutinio di Palazzo Ducale, un arco marmoreo recante iscrizioni ed immagini delle sue imprese, canto del cigno del plurisecolare dominio veneziano nel Mediterraneo e nella scena europea.

La Marina Militare, degna erede dei fasti della marineria veneziana, intitolerà nel tempo al condottiero, per le gesta compiute al comando della flotta, due sommergibili, un incrociatore e la Scuola Navale Militare, che tutt’ora si trova sull’isola di Sant’Elena a Venezia e costituisce una delle più apprezzate e prestigiose istituzioni della città.

Fonte: Treccani, Dizionario Biografico degli Italiani, alla voce, di Giuseppe Gullino